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Gianni Rodari: che emozioni!

Gianni RodariIl prossimo 14 aprile cadrà il trentesimo anniversario della scomparsa di Gianni Rodari, nato nell’ottobre del 1920, e protagonista di una lunga e importante battaglia per il rinnovamento delle strutture pedagogiche della scuola italiana, soprattutto quella elementare, che Rodari voleva liberare dalle pesanti sovrastrutture accademiche del passato. Per riuscirci, non volle chiudersi nelle vecchie aule, bensì preferì battere strade nuove, per esempio la letteratura – è stato il più grande scrittore per ragazzi del secondo Novecento, unico vincitore, nel 1970, del Premio Andersen – e i fumetti. Il 2010 festeggia altri due anniversari di Gianni Rodari: novant’anni dalla nascita e quaranta dal premio internazionale Andersen, uno dei più prestigiosi nella letteratura per l’infanzia. Rodari credeva in una scuola che fosse anche “scuola di vita”, capace di tirare fuori il meglio da ognuno e di valorizzare ogni genere di inclinazione. Con aule senza banchi, magari, dove oltre ai libri ci fosse spazio per qualunque forma espressiva, teatro, canto, pittura.

Dei bambini aveva grande stima: «La loro sensibilità al mondo delle parole è straordinaria, ridà sangue ai luoghi comuni, rinverdisce le metafore» scriveva in un articolo del 1968. «Perfino quando parlano come la televisione riescono ad essere originali. Fanno venir voglia di parlare in modo semplice e diretto di cose semplici e vere». Alla bambina sua figlia (che oggi ha 53 anni e si occupa di didattica museale) una dedica speciale, le Favole al telefono: pubblicate nel 1962 con le illustrazioni di Bruno Munari, le storie inventate dall’agente di commercio che viaggiava in tutta Italia ma chiamava ogni sera la figlia con una fiaba nuova sono diventate un classico della letteratura per l’infanzia (come la maggior parte dei libri di Rodari, peraltro): ci sono Giovannino Perdigiorno, Alice Cascherina, il pianeta della verità, il pulcino cosmico, Cappuccetto giallo.

E ai vostri bambini una storia della buona notte! (da "Favole al telefono")

Una viola al Polo Nord

Una mattina, al Polo Nord, l'orso bianco fiutò nell'aria un odore insolito e lo fece notare all'orsa maggiore (la minore era sua figlia): 

- Che sia arrivata qualche spedizione?

Furono invece gli orsacchiotti a trovare la viola. Era una piccola violetta mammola e tremava di freddo, ma continuava coraggiosamente a profumare l'aria, perché quello era il suo dovere.

- Mamma, papà, - gridarono gli orsacchiotti.

- Io l'avevo detto subito che c'era qualcosa di strano, - fece osservare per prima cosa l'orso bianco alla famiglia. - E secondo me non è un pesce.

- No di sicuro, - disse l'orsa maggiore, - ma non è nemmeno un uccello.

- Hai ragione anche tu, - disse l'orso, dopo averci pensato su un bel pezzo.

Prima di sera si sparse per tutto il Polo la notizia: un piccolo, strano essere profumato, di colore violetto, era apparso nel deserto di ghiaccio, si reggeva su una sola zampa e non si muoveva. A vedere la viola vennero foche e trichechi, vennero dalla Siberia le renne, dall'America i buoi muschiati, e più di lontano ancora volpi bianche, lupi e gazze marine. Tutti ammiravano il fiore sconosciuto, il suo stelo tremante, tutti aspiravano il suo profumo, ma ne restava sempre abbastanza per quelli che arrivavano ultimi ad annusare, ne restava sempre come prima.

- Per mandare tanto profumo, - disse una foca, - deve avere una riserva sotto il ghiaccio.

- Io l'avevo detto subito, - esclamò l'orso bianco, - che c'era sotto qualcosa.

Non aveva detto proprio così, ma nessuno se ne ricordava.

Un gabbiano, spedito al Sud per raccogliere informazioni, tornò con la notizia che il piccolo essere profumato si chiamava viola e che in certi paesi, laggiù, ce n'erano milioni.

- Ne sappiamo quanto prima, - osservò la foca. - Com'è che proprio questa viola è arrivata proprio qui? Vi dirò tutto il mio pensiero: mi sento alquanto perplessa.

- Come ha detto che si sente? - domandò l'orso bianco a sua moglie.

- Perplessa. Cioè, non sa che pesci pigliare.

- Ecco, - esclamò l'orso bianco, - proprio quello che penso anch'io.

Quella notte corse per tutto il Polo un pauroso scricchiolio. I ghiacci eterni tremavano come vetri e in più punti si spaccarono. La violetta mandò un profumo più intenso, come se avesse deciso di sciogliere in una sola volta l'immenso deserto gelato, per trasformarlo in un mare azzurro e caldo, o in un prato di velluto verde. Lo sforzo la esaurì. All'alba fu vista appassire, piegarsi sullo stelo, perdere il colore e la vita. Tradotto nelle nostre parole e nella nostra lingua il suo ultimo pensiero dev'essere stato pressapoco questo: - Ecco, io muoio... Ma bisognava pure che qualcuno cominciasse... Un giorno le viole giungeranno qui a milioni. I ghiacci si scioglieranno, e qui ci saranno isole, case e bambini.

Gianni Rodari

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